Monday, July 03, 2006

Chi sono


Mi chiamo Teodoro Palatella, ho 29 anni. Vivo a Vieste nella provincia di Foggia. Sono cinque anni che lavoro nel settore giovanile di squadre dilettantistiche della mia città.
Nel corso delle mie esperienze ho ottenuto dei buoni risultati, con le categorie Pulcini, Esordienti, Giovanissimi, Allievi e Juniores. Nella stagione sportiva 2007-2008 ho conseguito il Diploma di Allenatore di Base presso la FIGC di Foggia . Nel corso della mia esperienza cerco anche di mettere in atto le mie convinzioni su i moduli di gioco, modellando la squadra, dopo una attenta valutazione delle potenzialità dei giovani che mi vengono affidati.

Psicologia


COLLETTIVO

La mia metodologia di allenamento è totalmente basata su concetti di collettivo.Nel calcio il termine collettivo è il più abusato e frainteso.Quello che si chiama collettivo infatti è una situazione statica e priva di sviluppo, che si raggiunge pel il solo fatto di giocare insieme o di aver risolto, o non avere lasciato sviluppare difficoltà di conduzione. E’ una condizione che non và molto più in là di una conoscenza reciproca e di una intesa in campo, o di un adeguarsi senza portare contributi creativi. A volte si vede qualcosa in più di un insieme che arriva e si perde per caso, ma che offre molte opportunità per capire. Sono i momenti di grazia di una squadra che prima comincia a vincere in modo più o meno inatteso e dopo conferma le vittorie. In questi casi l’euforia coinvolge noi, i giocatori e l’ambiente, azzera tensioni, ruggine e soggezioni e man mano con le conferme diventa sicurezza. Ma se non ne capiamo i motivi e non li stabilizziamo questi momenti non reggono. Tocca a noi capire cosa è cambiato nella squadra, quali meccanismi si sono messi in moto o si sono creati, cosa fa rendere la squadra al suo potenziale, come siamo cambiati anche noi. E possiamo scoprire certe attitudini o abilità che prima non si erano mai espresse o, addirittura, qual’è la vera forza dei giocatori e della squadra. Sarebbe il momento per cercare di capire cosa è successo per poterlo ripetere, ma nel calcio non si vede ancora l’utilità di indagare le situazioni favorevoli. Ci si illude che siano stati ottenuti grazie ai metodi usati o ad una maturazione sopravvenuta o operata nella squadra e si pensa che esse possano continuare all’infinito. Ma neppure una situazione così favorevole, se resta solo provvisoria e non indagata, può essere il primo passo verso il collettivo. Resta infatti legata a fatti casuali e non riassume in se le condizioni per ulteriori ampliamenti. Il collettivo è pensare e trovare insieme le soluzioni in campo e fuori, creare e partecipare alla creazione degli altri scoprire possibilità di gioco e applicarle senza rischiare di risultare incomprensibili. E’ scoprire cosa è successo nella partita, errori e colpi di genio, o cosa va corretto cosa và sviluppato e trovare le soluzioni e trasformarle in conoscenza e strumento di tutti.

La Medicina nello sport

Si vogliono descrivere in questo capitolo quadri clinici conosciuti nell’ambiente sportivo come distrazione, stiramento e strappo muscolare. In realtà questi termini, comunemente utilizzati negli stadi e negli spogliatoi, non rappresentano altro che gradi diversi di un’unica lesione caratterizzata dalla rottura di un numero variabile di fibre muscolari. Le sedi preferite dalle lesioni muscolari acute sono in genere gli arti, soprattutto quelli inferiori; più raramente la muscolatura del tronco. L’abbondante vascolarizzazione del muscolo scheletrico determina, in occasione di una lesione, la fuoriuscita di una certa quantità di sangue; nei casi lievi il sangue rimane localizzato all’interno del ventre muscolare, mentre nei casi più gravi si superficializza distendendo la fascia muscolare costituendo veri e propri ematomi. Le fibre interrotte hanno scarso potere di rigenerazione, per cui il processo di riparazione avviene con formazione di tessuto cicatriziale le cui proprietà elastiche sono ovviamente inferiori a quelle del tessuto muscolare.
Da questi fattori fondamentali derivano alcune considerazioni terapeutiche comuni a tutti i gradi delle lesioni muscolari acute, l'assoluta proibizione di applicare qualunque forma di massaggio o di manipolazione nonché qualunque fonte di calore. Tutti questi interventi sono controindicati in quanto, lungi dal favorire il riassorbimento dell’ematoma, ne determinano viceversa l’organizzazione e l’evoluzione verso ossicalcificazioni intramuscolari circoscritte.
una volta ottenuta la formazione della cicatrice è opportuno procedere alla rieducazione funzionale mediante esercizi di allungamento (stretching) eseguiti allo scopo di elasticizzare, per quanto possibile, il tessuto di riparazione.
nonostante tutte le possibili precauzioni la presenza, nell’interno di un muscolo intensamente sollecitato, di un tessuto con caratteristiche funzionali così diverse da quelle proprie della fibra muscolare (contrattilità, elasticità, resistenza meccanica) espone di per sé all’eventualità di "recidiva". E’ per questo motivo che non è mai consigliabile accelerare troppo i tempi di recupero.
Distrazione muscolare
E’ la forma più lieve di lesione muscolare acuta: solamente poche fibre sono danneggiate e il danno anatomico è quindi modesto. Il dolore, in questi casi, compare spesso al termine dell’impegno sportivo (partita o allenamento) o, addirittura il giorno seguente.
La caratteristica del dolore, localizzato sempre a livello del ventre muscolare, è quella di accentuarsi sia con la contrazione attiva sia con lo stiramento passivo del muscolo stesso. La diagnosi si pone interrogando l’atleta sulla comparsa del dolore ed i caratteri dello stesso, nonché sull’esame obiettivo.
Questo dovrà ricercare esattamente la sede del dolore, confermare la sua accentuazione nella contrazione contro resistenza e nelle manovre di "allungamento" del muscolo interessato; dovrà inoltre individuare la presenza eventuale di una zona di indurimento in corrispondenza del punto doloroso, espressione della contrattura (antalgica) delle fibre muscolari circostanti la sede della lesione. L’indagine teletermografica può costituire un utile complemento diagnostico confermando l’esistenza di una zona calda nel contesto del ventre muscolare.
La terapia si basa sul riposo per la durata di alcuni giorni (generalmente dai 4-5 ai 12-14), sulla somministrazione di farmaci antinfiammatori e miorilassanti e sulla gradualità nella ripresa dell’attività sportiva.
Stiramento muscolare
E’ la forma di media gravità con interessamento di un più elevato numero di fibre muscolari. Il dolore risulta molto acuto e compare nel corso di una violenta contrazione del muscolo, associato spesso alla sensazione propria di un "allungamento" del muscolo stesso.
Il dolore è accompagnato da una più o meno grave impotenza funzionale ("a caldo" comunque non è infrequente che gli atleti riescano a portare a termine la gara o l’allenamento mentre alla fine dello stesso la sintomatologia dolorosa risulta più invalidante). Le caratteristiche del dolore e l’obiettività sono simili a quelle delle distrazioni muscolari, anche se più evidenti e più gravi, come pure la "zona calda" rilevata dalla termografia è generalmente di maggiore dimensione.
La terapia segue i canoni di tutte le lesioni muscolari acute con un periodo di riposo più lungo (14-30 giorni) ed una attenta rieducazione funzionale prima della ripresa agonistica. Utili possono essere i preparati antinfiammatori e miorilassanti e le pomate di tipo Essaven gel applicate per impacco (non per massaggio!) allo scopo di accelerare il riassorbimento dell’ematoma.
Strappi
Nello strappo muscolare il considerevole numero di fibre lese comporta l’interruzione anatomica del muscolo, percepibile alla palpazione come un avvallamento o uno scalino nel contesto del ventre muscolare.
Il dolore compare durante una violenta contrazione del muscolo ed è di intensità tale da provocare sempre l’assoluta impotenza funzionale. Dal punto di vista obiettivo, oltre al già citato "scalino", si rende sempre evidente un ematoma dolente alla palpazione. La teletermografia mette in evidenza un’ampia area ipertermica. La terapia si basa essenzialmente su un lungo periodo di riposo (1-2 mesi) ed in alcuni casi si rende addirittura necessaria inizialmente l’immobilizzazione in apparecchio gessato per 15-20 giorni. La ripresa dell’attività atletica deve essere estremamente cauta; talvolta è resa difficile dalla presenza di una voluminosa cicatrice che può essere fonte di calore anche a distanza di tempo. La forma più grave di strappo muscolare è la rottura sottocutanea di un muscolo, cioè l’interruzione completa di tutto il ventre muscolare. Questa lesione richiede un trattamento chirurgico entro i primissimi giorni. Vale la pena di sottolineare che la prognosi delle lesioni muscolari acute più gravi (strappi e rotture sottocutanee) è da considerarsi riservata per quanto riguarda il pieno recupero sportivo; ciò anche quando un corretto trattamento viene instaurato fin dall’inizio e proseguito nel tempo.

Le regole del Fair Play

Fare di ogni gara un momento privilegiato di incontro e festa con i coetanei.
Adattarsi alle regole ed allo spirito del gioco.
Rispettare gli avversari così come vogliamo sentirci rispettati.
Accogliere le decisioni dell'arbitro, sapendo che come i giocatori ha diritto all'errore anche se fa di tutto per non commetterlo.
Evitare la cattiveria, le aggressioni nelle azioni di gioco e nelle parole.
Non usare artifizi ed inganni per ottenere il successo.
Tenere un atteggiamento dignitoso ed equilibrato nella vittoria come nella sconfitta.
Prestare soccorso ad ogni giocatore ferito o comunque favorirlo.
Essere un ambasciatore della lealtà sportiva, perseguendo con il proprio comportamento i principi su esposti.

Regole per i genitori

Le regole per un Genitore
Il ragazzo che sceglie di impegnarsi in uno sport merita rispetto e stima da parte dei genitori, che devono cercare di spronarlo ed incoraggiarlo nello svolgimento di tale attività, ma sopratutto capire, e fargli comprendere , che lo sport è prima di ogni cosa, divertimento e voglia di stare insieme, senza nutrire gelosie inutili o false ambizioni, che, il più delle volte, sono di ostacolo e non di aiuto al giovane.
In effetti, particolarmente nel calcio e nella fascia d'età compresa tra i 6 ed i 14 anni, il genitore si trova di frequente protagonista di situazioni spiacevoli, che creano problemi ed ostacoli ad una serena e positiva attività sportiva per il proprio figlio.
Molto spesso, un occhio attento scopre che il vero protagonista delle partite giovanili, colui che è più carico di tensioni, che si è preparato meticolosamente e che poi si dispera se si sbaglia un tiro in porta, è proprio il genitore.
Il ragazzino, invece, scuote le spalle, cancella quasi subito l'errore o la sconfitta e, in definitiva, l'unica cosa di cui veramente si rammarica è l'idea della predica che lo aspetta a casa. Può capitare che inconsciamente si tenda a realizzarsi attraverso il bambino e a proiettare su di lui i desideri che non si è riusciti a soddisfare da giovani.
Con la convinzione che "lo si fa per il suo bene", in realtà si può correre il rischio di diventare veri e propri deterrenti psicologici, non solo condizionando negativamente il rendimento in gara, ma, fatto ancora più grave, danneggiando lo sviluppo psicologico del ragazzo. Molto spesso si vorrebbe che il proprio figlio non dovesse mai soffrire, ne commettere errori, ma ricevere dalla vita solo gioia e felicità: questo, purtroppo, non è possibile ed il compito del genitore diviene, perciò, quello di non intromettersi nelle scelte del figlio e di non voler vivere la vita al suo posto, capendo che ogni errore commesso ed ogni dolore provato aiuta il ragazzo a crescere ed a formare una sicura personalità.
Penso che l'attività sportiva sia uno dei mezzi migliori per aiutare il proprio figlio a maturare e a crescere, in quanto lo sport spinge il giovane ad impegnarsi, a cercare di migliorarsi, a mettersi continuamente alla prova, a stringere rapporti sociali, a comprendere il sacrificio e l'umiltà, ad assumersi delle responsabilità ed a divenire membro di una collettività nella quale vigono, per ciascuno, diritti e doveri.
Di seguito vengono proposti alcuni suggerimenti per i genitori, frutto di esperienze e che servono ad indicare un modello di comportamento positivo nei riguardi dei propri figli, modello che, ovviamente non ha nessuna pretesa di essere un Dogma, ma solo una traccia di riflessione.
Stimolare, incoraggiare la pratica sportiva, lasciando che la scelta dell'attività sia fatta dal bambino.
Instaurare un giusto rapporto con l'allenatore per fare in modo che al bambino arrivino sempre segnale coerenti dagli adulti di riferimento.
Lasciare il bambino libero di esprimersi in allenamento ed in gara (è anche un modo di educarlo all'autonomia).
Evitare di esprimere giudizi sui suoi compagni o di fare paragoni con essi: è una delle situazioni più antipatiche che si possano verificare sia per i piccoli che per i grandi.
Evitare rimproveri a fine gara. Dimostrarsi invece interessati a come vive i vari momenti della gara ed eventualmente evidenziare i miglioramenti. Aiutarlo a porsi obiettivi realistici ed aspettative adeguate alle proprie possibilità.
Offrire molte opportunità per un'educazione sportiva globale. Rispetto delle regole, degli impegni, delle priorità, dei propri indumenti, degli orari, dei compagni, dell'igiene personale. Il genitore deve concorrere al raggiungimento di questi obbiettivi con l'allenatore.
Far sentire la nostra presenza nei momenti di difficoltà; sdrammatizzare, incoraggiare, evidenziare gli aspetti positivi. In ogni caso salvaguardare il benessere psicologico del bambino.
Avere un atteggiamento positivo ed equilibrato in rapporto al risultato, saper perdere è molto più difficile ed importante che saper vincere. Nello sport, come nella vita, non ci sono solo vittorie e dopo una caduta bisogna sapersi rialzare.
Tener conto che l'attività viene svolta da un bambino e non da un adulto.
Cercare di non decidere troppo per lui.
Cercare di non interferire con l'allenatore nelle scelte tecniche evitando anche di dare giudizi in pubblico sullo stesso (in caso di atteggiamenti ritenuti gravi rivolgersi in Società).
Cercare di non rimarcare troppo al bambino una partita mal giocata o quant'altro evitando di generare in lui ansia da prestazione (non bisogna essere né ipercritici né troppo accondiscendenti alle sue richieste che spesso sono solo dei capricci).
Incitare sempre il bambino a migliorarsi facendogli capire che l'impegno agli allenamenti in futuro premierà (rendendolo gradatamente consapevole che così come a scuola anche a calcio per far bene c'è bisogno di un impegno serio).
Abituare il bambino a farsi la doccia, legarsi le scarpe da solo e a portare lui stesso la borsa al campo sia all'arrivo che all'uscita (rendendolo piano piano autosufficiente).
Cercare di non entrare nel recinto di gioco e nello spogliatoio.
Durante le partite cercare di controllarsi: un tifo eccessivo è diseducativo sia per i bambini che per l'immagine della società nei confronti dell'esterno.
Cercare di ascoltare il bambino e vedere se quando torna a casa dopo un allenamento od una partita è felice.
Ricordarsi che sia i compagni che gli avversari del proprio bambino sono anche loro bambini e che pertanto vanno rispettati quanto lui e mai offesi.
Rispettare l'arbitro e non offenderlo. Molto spesso gli arbitri sono dei dirigenti e anche loro genitori che stanno aiutando il calcio giovanile: tutti si può sbagliare, cerchiamo di non perdere la pazienza!
Ricordarsi che molte volte si pensa che "l'erba del vicino sia sempre la migliore" e pertanto prima di criticare l'operato della Società cercare di capire chiedendo direttamente spiegazioni ai Dirigenti responsabili di eventuali scelte ritenute ingiuste.